I lupi e l’amnistia
"Nessuno ha più fame di noi”. Al pari dei lupi bramosi di preda nella pubblicità della Roma calcio, nella casamatta di Largo Fochetti i lupacchiotti da vent’anni in attesa sentono più vicina l’ora del loro fiero pasto. Così è montato un prevedibile nervosismo non appena ha iniziato a circolare – solo un’ipotesi, un sentiero arduo da seguire, epperò un percorso pieno di ragioni – la parola tanto temuta, odiata: amnistia.

"Nessuno ha più fame di noi”. Al pari dei lupi bramosi di preda nella pubblicità della Roma calcio, nella casamatta di Largo Fochetti i lupacchiotti da vent’anni in attesa sentono più vicina l’ora del loro fiero pasto. Così è montato un prevedibile nervosismo non appena ha iniziato a circolare – solo un’ipotesi, un sentiero arduo da seguire, epperò un percorso pieno di ragioni – la parola tanto temuta, odiata: amnistia. “Berlusconi, cresce il fronte dell’amnistia. Pdl ‘arruola’ i ministri Mauro e Cancellieri” apriva ieri allarmato il sito Repubblica.it. L’idea di un necessario “intergruppo per l’amnistia” interno al governo di larghe intese l’aveva, al solito, scovata Marco Pannella qualche giorno fa. E non, ovvio, come basso escamotage berlusconiano, ma come frutto maturo di un’iniziativa politica che ha per obiettivo il disastroso e disastrato sistema della giustizia italiano. E come assennata sostenitrice, coraggiosa e non certo sospettabile di partigianeria, il ministro di Giustizia Annamaria Cancellieri. Che da tempo, in più occasioni, e ancora negli ultimi giorni, ha ripetuto che l’amnistia sarebbe un provvedimento saggio, urgente e utile. Ma è bastato che il ministro Mario Mauro, di Scelta civica, dicesse in un’intervista ieri al Foglio di “essere d’accordo al 100 per cento” con la collega Cancellieri, e ancor più proponesse “un atto di realismo” per la “pacificazione”, spiegando che tale pacificazione “è impossibile senza un gesto di clemenza, cioè l’amnistia”, per scatenare l’allarme. “Amnistia: una parola scomoda per la nostra opinione pubblica, che però aiuterebbe a rimettere in moto la storia del paese – ha detto –. E’ già accaduto nel Dopoguerra, sempre in Italia, con l’amnistia proclamata dall’allora ministro della Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti”. E si è scatenata la guerriglia preventiva.
Il fatto è chiaro. Amnistia significa due cose: l’ammissione del disastro della giustizia, e dunque di una parte di corresponsabilità dei suoi attori, e l’ammissione di una guerra civile da vent’anni fomentata ad arte dal circo mediatico-giudiziario fino a prosciugare o quasi qualsiasi vena di garantismo nella sinistra. Per questo per la cultura dei republicones non è ammissibile. Se poi la pacificazione prova solo a sfiorare Silvio Berlusconi, ogni barlume di raziocinio svanisce. Persino quelli di Sel, sempre pronti a protestare “la condizione drammatica delle carceri” prontamente fanno sapere che “nel caso di Berlusconi… non solo saremmo contrari ma non saremmo disponibili nemmeno ad aprire la discussione”. L’insopprimibile e famelico antiberlusconismo ha la meglio su ogni considerazione: “Siamo nettamente contrari a un provvedimento di amnistia”, dice il responsabile Giustizia e carceri (persino) del Pd: “La tempistica del provvedimento fa tra l’altro sorgere il dubbio che l’emergenza che il Pdl vuole affrontare non riguarda tanto le sorti della popolazione carceraria italiana quanto quelle di una sola persona, Silvio Berlusconi. Ma non è nell’interesse dell’Italia”. Si fottano Pannella e la popolazione carceraria. E figurarsi l’Italia.